I Cavalieri Templari

 

Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria;
affinché in ogni opera sia benedetto Colui che addestra le nostre mani alla battaglia,
le nostre dita alla guerra. (Salmo 115, 134)

 

Il più famoso fra gli Ordini Cavallereschi di Terrasanta, costituito nel 1111 da un piccolo gruppo di Cavalieri stabilitisi, nella Gerusalemme liberata dai Turchi, all'interno delle Stalle di Salomone e votatisi alla difesa dei pellegrini in visita ai Luoghi Santi, fu come sappiamo quello dei Templari, sul quale si sono scritti nel tempo fiumi d'inchiostro, a volte anche a sproposito: nell'affrontare il nostro discorso su di essi prescinderemo tuttavia da un'approfondita analisi storica dell'Ordine e delle sue vicende storiche, militari e religiose, senza però evitare di accennare, almeno in parte, ad alcune tematiche fondamentali, la cui conoscenza, seppure per grandi linee, appare essenziale per il prosieguo della nostra ricerca.

Cominciamo dunque con il concetto di amor cortese e di servitù d'amore, per poi passare a parlare  brevemente delle Crociate.

Nell'Alto Medioevo l’ideale dell’amor cortese e la lirica amorosa provenzale rappresentavano infatti, attraverso un linguaggio fortemente esoterico, un discorso di alta spiritualità e costituivano un tentativo di raffinamento degli elementi barbarici e incontrollati propri dell’Ordine equestre del tempo, teso a trasformare questo ardore bellico, questa furia distruttiva, in un processo di elevazione interiore verso il Divino, con il quale la Dama, la "donna angelicata", fungeva da tramite: il Cavaliere cristiano quindi  non era  più il guerriero che versava indiscriminatamente il sangue del nemico per imporre la propria volontà attraverso la forza, senza alcun tipo di idealità superiore o di freno morale, ma era diventato il vassallo della Dama, alla quale era stretto dalla “servitù d’amore” e nella quale riconosceva il raggio, il lume, la luce divina che attraverso di lei risplendeva.

Questo lavoro di “sgrossamento animico” raggiungerà il suo culmine, dal punto di vista simbolico, con le Crociate: precisiamo subito, a questo riguardo, che stiamo parlando di una tensione ideale, stiamo parlando di idealità, per cui non è detto evidentemente che i Crociati fossero necessariamente all’altezza dei propri ideali, tuttavia esisteva questo tipo di ideale di riferimento, che si affermò e raggiunse il suo culmine con le Crociate e con la creazione degli Ordini cavallereschi, primo fra tutti quello dei Templari.

In un’Europa percorsa ancora da guerre feudali, da scontri e devastazioni di ogni tipo, il fenomeno delle Crociate nasce quindi innanzitutto come fenomeno mistico, come espressione di un moto animico collettivo: quantunque possano esservi stati tutti gli interessi economici che sappiamo, tutta la volontà di conquista e di rivalità fra i grandi baroni feudali che ben conosciamo, la spinta verso le Crociate nasce dunque da una specie di profetismo, di fervore mistico, nel quale vi sono personaggi come il famoso Pietro l’Eremita che vanno in giro per l’Europa propagando questa febbre della riconquista dei Luoghi Santi, questo ideale di "guerra santa" per la difesa della Cristianità in Oriente.

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Accadde così che negli Ordini cavallereschi confluirono tutti quei “figli cadetti”, privi del feudo, che altrimenti avrebbero continuato a scorrazzare indisturbati per l’Europa, combinando gran danno: all’interno del sistema feudale vigeva infatti una rigida legge dinastica, basata sulla predestinazione, nella quale il primogenito ereditava il feudo e gli altri figli cadetti avevano la possibilità di farsi monaci, divenendo abati e fondando o dirigendo grandi monasteri, oppure intraprendere la carriera militare e andare in giro a combattere per i vari signori feudali dell'epoca, alla testa di proprie compagnie di ventura.

E fu così che con le Crociate questa realtà sociale, fatta di milizie mercenarie incontrollate che giravano indisturbate per l’Europa, fu indirizzata coscientemente e consapevolmente verso una direzione  in qualche modo spirituale: possiamo avere un chiaro esempio di ciò nella famosa Lode della Nuova Milizia di San Bernardo di Chiaravalle, lo scritto che egli redasse per i primi Cavalieri Templari, al tempo della costituzione dell’Ordine a Gerusalemme, conferendo ad essi la Regola e l’abito cistercense.

La Regola templare nasce infatti dall’impulso di questo grande santo, di questo grande Dottore della Chiesa e della Cristianità cattolica, di quella stessa Chiesa cattolica dalla quale, peraltro, i Templari verranno successivamente dichiarati eretici, l’Ordine sciolto e i monaci-cavalieri perseguitati, imprigionati e uccisi.

In questo periodo si andava quindi dalla rinuncia totale all’esistenza mondana, come quella operata dai monaci, a una vera e propria azione politica, come fu quello che i Templari svilupparono in Occidente dopo la perdita dei Regni latini in Terrasanta; quando questi furono riconquistati completamente dagli Arabi, i Crociati ritornarono infatti in Occidente e iniziò così  in tutta Europa un’azione di civilizzazione molto forte, in cui vennero costruite molte commende, molte roccaforti, molte postazioni collegate fra loro da una fitta rete di strade, castelli, banche, ecc.

Quello dei Templari era infatti un Ordine profondamente legato alla società del tempo, in quanto in suoi vertici venivano dai regni feudali ed erano perlopiù personaggi appartenenti alla nobiltà dell’epoca; di conseguenza i possedimenti di questa nobiltà entravano a far parte dell’Ordine e in breve tempo, attraverso queste donazioni, esso divenne ricchissimo.

Questa sua ricchezza fu anche alla base, secondo molti, della successiva costruzione delle cattedrali e diede un grosso impulso allo sviluppo dell’economia comunale, poiché essa rappresentò, come sappiamo, il passaggio da un’economia di sussistenza, di scambio e di baratto, come era quella feudale, a un’economia basata sulla moneta, sulla circolazione e sullo scambio della moneta; ovviamente portarsi appresso una grande somma di denaro voleva dire portarsi appresso grandi quantità di moneta, portarsi appresso casse intere di monete, e per ovviare a questo disagio i Templari hanno inventato praticamente le carte di credito, gli assegni, che potevano essere riscossi nelle varie commende attraverso delle semplici carte controfirmate.

Tutto questo all’interno dell’economia del tempo è quindi una cosa di un’importanza enorme, perché porta ad una trasformazione completa dell’intera Europa.

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Veniamo adesso ad affrontare più da vicino il discorso delle Crociate.

A un certo punto della storia europea avvenne un fatto imprevisto: all’interno dell’Impero arabo ci fu un colpo di stato, e una dinastia turca, di razza mongola, prese il potere. Da quel momento in poi questo grande Impero arabo, che fino ad allora era stato piuttosto tollerante, ebbe una svolta in senso restrittivo e iniziarono ad esservi delle persecuzioni nei confronti dei pellegrini cristiani, che fin dal tempo di Costantino e di sua mogli Elena si recavano regolarmente a Gerusalemme e negli altri Luoghi Santi di Palestina.

In seguito a questo evento iniziarono dunque le Crociate, la cui motivazione iniziale (non l'unica certamente ma quella iniziale, primaria) fu la riconquista dei Luoghi Santi tramite una sorta di "pellegrinaggio armato": la prima Crociata fu una Crociata di bambini, la famosa e tristissima “Crociata dei bambini”, i quali partirono per la Terra Santa passando per l’Asia minore - con questa attesa millenaristica del ritorno alla Terra Promessa - e vennero tutti sterminati lungo il cammino. Poi vi furono le altre otto Crociate, organizzate dai vari regnanti europei, la prima delle quali, comandata da Goffredo di Buglione, conquistò Gerusalemme nel 1099, impiantandovi il primo Regno Latino di Oltremare (è interessante notare, a questo proposito, come Goffredo di Buglione non volle proclamarsi Re di Gerusalemme, perché questo titolo poteva appartenere solo a Cristo, e quindi governò Gerusalemme senza prendersi la corona, in segno di umiltà).

Questa storia continuerà nell’arco di diversi secoli, fino a quando, nel 1291, non cadrà San Giovanni d’Acri, l’ultima roccaforte dei Crociati in Terrasanta, costringendo così Templari e Gerosolimitani a lasciare i territori d’Oltremare per tornare gli uni definitivamente in Europa, dando inizio come s'è detto alla cosiddettà "civiltà delle cattedrali", e gli altri per recarsi dapprima a Cipro, successivamente a Rodi e infine a Malta, dove diverranno i Cavalieri dell'omonimo Sovrano Ordine Militare, giunto fino a noi.

La storia dei Templari comincia dunque al tempo della prima Crociata, quella di Goffredo di Buglione, quando, una volta conquistata Gerusalemme, un gruppo di "poveri cavalieri di Cristo" s’installa in quelle che erano state le antiche Stalle del Tempio, sotto la spianata, accanto al muro occidentale, dove si trovano attualmente i ruderi del secondo Tempio; lì prendono alloggio questi famosi nove cavalieri originari, capitanati da Ugo di Payn (un nobile francese, amico di San Bernardo, nobile anch’egli), i quali si stabiliscono in quel luogo consacrandosi "alla religione", prendendo cioè i voti monastici e votandosi alla difesa dei Luoghi Santi e della via dei pellegrini, prendendo quando necessario la spada in loro difesa.

Questa, perlomeno, era la giustificazione ufficiale della funzione di questo nascente “Ordine dei Cavalieri del Tempio”, il cui compito in Terrasanta, secondo molti esoteristi, andava tuttavia ben oltre questi compiti "apparenti": ma su ciò rimandiamo il lettore alla vasta pubblicistica in materia, nella quale è possibile trovare le tesi più ardite e a volte inverosimili… ma tant'è.

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Tornati in Europa, essi chiesero dunque al loro amico e postulatore San Bernardo la consacrazione e la costituzione dell’Ordine attraverso una Regola, ed egli scrisse la famosa Lode della nuova milizia, in cui si parla dei principi ispiratori di questo nuovo Ordine, che dunque adottò a tutti gli effetti la Regola cistercense: in Terra Santa essi si distinsero nei vari scontri contro i Turchi e furono la punta di diamante dell’esercito crociato, gli “assaltatori” potremmo dire, quelli che venivano utilizzati per le azioni più eroiche e ardite, essendo monaci e guerrieri a tutti gli effetti, che seguivano la Regola cistercense, data loro da San Bernardo, all’interno della quale era per loro espressamente prevista una funzione di lotta militare contro gli infedeli per la difesa dei pellegrini e successivamente per la riconquista di Gerusalemme e dei Luoghi Santi.

Quando poi finisce la grande epopea crociata e i Templari ritornano in Francia, avviene una grossa diffusione dell’Ordine, non soltanto in quel Paese ma in tutti i territori europei; questa espansione era in verità iniziata già molto prima, come ho già detto, perché i nobili che entravano nell’Ordine lasciavano ad esso i loro possedimenti e quindi vi affluivano grosse donazioni, grazie al suo ruolo fondamentale di rappresentante della Cristianità in Terrasanta. Una realtà così grossa e così forte come quella templare, diffusasi in tutta Europa come una specie di “Comunità Europea” ante litteram, che tendeva quindi verso la trasformazione dell’Europa in senso sovrannazionale, era però in un certo senso un "potere nel potere", uno Stato nello Stato, e naturalmente dava fastidio a tutte quelle realtà che avevano invece interesse a portare avanti un discorso di monarchia isolata, di Stato nazionale, come per esempio il re di Francia, il re d'Inghilterra e, pur se con motivazioni diverse, il Papato stesso: e così i Templari dovettero essere eliminati, e nel 1311 vennero accusati di eresia, pratiche sessuali contronatura e di accordi col nemico.

In tal modo, grazie all’unione tra Filippo il Bello, re di Francia, e papa Clemente V, da un giorno all’altro ci fu l'arresto dei Templari di Francia e poi, progressivamente, l’eliminazione dell’Ordine in tutta Europa (eccetto in parte l'Inghilterra); ci furono molti processi, nei quali i Templari vennero accusati di patti segreti con il nemico, di pratiche contrarie alla dottrina cristiana, di adorazione di idoli e di tante altre cose, e alcuni di loro andarono a finire nelle file dei Cavalieri di San Giovanni, che poi divennero i Cavalieri di Malta, altri in altri Ordini minori, molti furono uccisi. E la "leggenda nera" narra, a questo proposito, che quando l'ultimo Gran Maestro Jaques de Molin venne arso vivo davanti a Notre-Dame, lanciò la famosa maledizione contro il re di Francia e contro il papa, promettendo loro che l’avrebbero raggiunto entro l’anno: e così fu, perché entrambi morirono in quell’anno, Clemente V di dissenteria e Filippo il Bello cadendo da cavallo, attraverso quella che il codice feudale considerava la “morte del fellone”.

Come si vede dunque la spiritualità europea occidentale non è il frutto di un'astratta ansia di fuga dal mondo, ma è una spiritualità "con le mani in pasta", una spiritualità che agisce nella storia e attraverso di essa: e questo è un aspetto determinante nella vicenda dei Cavalieri Templari, un aspetto che andiamo adesso ad approfondire.

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Possiamo dire infatti, riassumendo e analizzando un po' quanto detto finora, che con le Crociate si è manifestata  in tutta Europa una grande spinta, da parte della gioventù e della casta militare del tempo, verso una “consacrazione” della forza bellica a un ideale più alto, verso una trasformazione dell’aggressività, individuale e collettiva, in un senso superiore; l’Ordine Templare era infatti addirittura una specie di "porto franco" per molti malfattori, nel senso che, come leggiamo in San Bernardo, molti ladri, assassini e delinquenti, che sarebbero altrimenti dovuti marcire nelle patrie galere, arruolandosi nell’Ordine passavano a far parte di questa milizia, naturalmente diventando monaci e seguendo una regola ferrea, militare e allo stesso tempo monastica.

Uno dei baluardi della tesi di San Bernardo era infatti proprio l’idea di trasformare in questo modo anche la parte peggiore della società, dando ad essa un motivo per combattere. Questo è un concetto secondo me molto interessante, al di là dello specifico significato storico, politico, sociale delle Crociate: è molto importante infatti questa idea della trasformazione della furia distruttiva in un senso che distruttivo non è più. Si tratta di una cosa molto importante, di un principio di asservimento delle forze tamasiche e rajasiche a un principio spirituale superiore: tamas è infatti un termine induista che sta a significare le forze più basse, più statiche, meno dinamiche, e l’ideale templare era quello di asservire a un ideale superiore le forze basse o negative.

Quindi non si tratta di rifuggire dalla realtà, con tutte le sue contraddizioni, ma di utilizzare questa realtà per un fine di trasformazione interiore. Questo è qualcosa che ritroviamo pari pari nel nostro tempo, da molti definito di “basso impero”, cioè un tempo in cui una civiltà va in frantumi: una realtà storica precedente sta infatti attualmente esaurendosi e non ci sono modelli da seguire, perché quelli che per cinquanta, sessant’anni hanno retto come polarità adesso invece non reggono più, e quindi c’è una situazione di vuoto e di diffusa disperazione. Se voi infatti vedete la diverse situazioni in cui sono coinvolti – e da cui sono travolti - i giovani del nostro tempo, vedete una situazione in cui il fenomeno delle discoteche, dei rave party, dei suicidi-omicidi in massa sulle strade, ecc., ci appaioni come tutte espressioni di una totale perdita di punti di riferimento di qualunque tipo.

All’interno di questi vuoti entrano quindi delle forze distruttive facilmente identificabili, come è testimoniato dalla diffusione delle droghe, dalla diffusione di queste forme di vera e propria possessione quali sono i raves, la musica tecnologica, ecc.; queste sono tutte realtà di asservimento, di condizionamento, di meccanizzazione della coscienza (tra le quali anche la televisione fa il suo lavoro, che è un lavoro ben preciso e delineato, che favorisce una passività a tutti i livelli).

Di conseguenza, anche se noi abbiamo un’idea molto statica della situazione in cui ci troviamo e la consideriamo generalmente come una situazione di "pace" (se noi infatti pensiamo all’Occidente, all’Italia contemporanea, diremmo che siamo “in pace”), viceversa noi siamo in guerra, così come in guerra si era in Europa e in Terrasanta al tempo delle Crociate: non c’è bisogno che ci siano i carri armati, è chiaro che c’è una guerra, solo che si combatte a livelli diversi.

Allora, un discorso di questo tipo, di lotta alle forze asuriche mediante l’asservimento delle realtà tamasiche o rajasiche a un ideale più alto – espresso in termini di “guerra santa” - è un qualche cosa che ci tocca molto da vicino,  anche se gli obiettivi, i modi, i tempi, sono ancora tutti da vedere, da scoprire e da individuare. In un certo senso, infatti, la coscienza che si è sviluppata in Europa durante le Crociate era in qualche modo analoga alla nostra, e prevedeva la possibilità che queste forze venissero utilizzate per un discorso "ideale", quello cioè del ritorno in Terrasanta, della santificazione di un Regno, della possibilità di creare un Regno santo in Oltremare; c’erano dunque a quel tempo delle grandi idealità, c’era un tentativo di radunare tutte le forze verso un obiettivo comune, e potremmo dire che, in qualche modo, anche oggi ci ritroviamo in una situazione analoga.

Alla fine di questo periodo, e di questo vero e proprio processo animico, appare dunque in Europa l’alba della successiva civiltà comunale, e si esce così dal Medioevo: per arrivare alla fine di una situazione di crisi c’è infatti bisogno talvolta di un’azione diretta, e questa era l’idea di San Bernardo e del suo “Dharma di guerra”.

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Il ragionamento di San Bernardo è molto semplice (mi sia concesso di parafrasarlo brevemente): “Il nero agisce perché il bianco glielo permette: se il bianco permette al nero di agire, esso avrà spazio” (lui identifica il nero con gli infedeli, noi potremmo parlarne in termini di forze negative). “Di conseguenza”, pare dirci san Bernardo, “noi, Cavalieri di Cristo, prendiamo la risoluzione di agire e di togliere al nero il suo spazio: e siccome agiamo noi, esso non può più agire”.

Ecco quindi l’idea dell’”aggressione santa”, dell’aggressività dharmica. Non si tratta di “aggredire per non essere aggrediti”, perché tanto lo si è comunque, nel senso che  la situazione di aggressione è già in atto, in quanto non c’è possibilità di alternativa, di proposizione e di affermazione delle forze bianche se non attraverso la forza.

E’ a questo riguardo molto interessante il fatto che San Bernardo parli in termini molto precisi, nella sua presentazione della Regola templare effettuata nel De laude Novae Militiae, di un evento specifico della vita di Gesù, e cioè l’episodio dell’aggressione ai mercanti nel Tempio, quando, fattasi una frusta con delle corde (si tratta quindi di un’azione premeditata, non frutto di mera impulsività), Gesù scaccia via i venditori e i cambiavalute dal Tempio; e i termini in cui san Bernardo parla di ciò hanno una certa rilevanza nel mondo cattolico.

Infatti, come alcuni Ordini hanno una devozione particolare verso il Sacro Cuore di Gesù, altri verso il Bambin Gesù, altri ancora verso la Madonna Addolorata, e così via, i Templari, i Cavalieri di Cristo, la Militia Christi, sono devoti, in un certo senso, verso l’ira di Cristo nel Tempio: così come il Maestro, il condottiero antico, ha rivendicato per sé il diritto di agire con violenza quando le circostanze lo hanno richiesto, allo stesso modo i suoi Cavalieri rivendicano il proprio diritto di agire "in quanto religiosi", cioè ad essere e rimanere monaci anche, e a maggior ragione, mentre combattono e uccidono.

Naturalmente bisogna a questo punto vedere bene cosa significhi “uccidere”, perché quello sull’uso legittimo della forza è un discorso complesso, che non può essere ridotto semplicisticamente a categorie moralistiche o a luoghi comuni di tipo buonista, pacifista o pietista (né tantomeno "cattivista", com'è ovvio); si tratta infatti di un discorso che ritroviamo, ad esempio, anche nella Bhagavad Gita, dove, in risposta ad Arjuna che dice di non voler combattere perché non vuole uccidere i suoi parenti o i suoi maestri, Krishna stesso risponde: Arjuna, tu sei un guerriero e devi seguire il Dharma del guerriero: tutti costoro in verità sono già morti, perché io sono il Tempo, il Distruttore dei Mondi.

Questa idea del Tempo come Distruttore dei Mondi, questa idea che tutto quanto esiste, visto da un’altra prospettiva, è in realtà già finito, già terminato ed estinto, questa idea di poter e dover agire nel mondo restando fuori dal mondo rappresenta dunque il fondamento stesso della spiritualità indiana (al di là dei luoghi comuni della vulgata new age): ascoltiamo ad esempio, a questo proposito, queste parole decisamente sconvolgenti per la nostra mentalità comune, che Sri Aurobindo indirizza a un suo discepolo intorno al problema della cosiddetta “non violenza” gandhiana:

Io ho fatto politica, e il tipo di politica rivoluzionaria più violenta -“ghoram karma” - e sono stato a favore della guerra e ho mandato uomini a combatterla, nonostante la politica non sia sempre né spesso un’occupazione molto pulita, e la guerra non possa definirsi una linea d’azione spirituale.

Ma Krishna ordina ad Arjuna di condurre una guerra del tipo più terribile e di incoraggiare col suo esempio gli uomini a fare altrettanto: vuoi forse sostenere che Krishna non fosse un uomo spirituale e che il suo consiglio ad Arjuna fosse errato o fondamentalmente erroneo?

(Conversazioni con Sri Aurobindo, Sri Aurobindo Ashram Publications Dept., Pondicherry 1959)

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Si tratta, come vedete, di una tematica molto complessa e delicata, che spesso è avvolta da luoghi comuni di ogni tipo, sui quali questi Maestri spirituali antichi e moderni ci invitano a riflettere; noi infatti abbiamo generalmente una visione dei monaci, dei mistici, degli asceti come di persone che escono dal mondo, che rimangono fuori dal mondo, che non agiscono nel mondo se non in modo del tutto particolare.

Per esempio, tutti conosciamo la famosa spiritualità del Monte Athos, dove i monaci "pregano per il mondo", senza definire la propria azione come “contemplativa”, ma come “attiva” a tutti gli effetti (vengono chiamati infatti dalla tradizione cristiana orientale i “guerrieri del cuore”): anche quella infatti è azione, senz’altro, ma è un tipo di azione per così dire "notturna", mentre invece l’azione dei monaci-guerrieri Templari è di tipo  diurno, è un’azione di manifestazione, di intervento fisico nel mondo, compiuta tuttavia senza rimanere legati dai suoi condizionamenti, da quelli che la metafisica induista considera i Guna, i cui legami ci condizionano sia interiormente che esteriormente.

Quando infatti noi diciamo di agire, in realtà il più delle volte stiamo semplicemente “reagendo”; tutta la violenza che noi vediamo nel nostro mondo è infatti di tipo reattivo, sono tutte forme di reazione, non di azione, attraverso le quali si crea Karma, non si crea Dharma - questa è la differenza. Il Dharma è appunto la Legge Divina, per la quale e nella quale si può (e si deve) agire, se necessario anche con la violenza, senza tuttavia creare Karma: Gesù, quando aggredisce i mercanti nel Tempio, teoricamente potrebbe aver creato Karma, ma visto da un punto di vista più profondo non ha creato alcun Karma, poiché agiva nel Dharma.

La natura del leone è infatti quella di sbranare le sue prede; di conseguenza Dio è sia l’agnello mansueto, sia il leone che sbrana l’agnello. In Gesù Cristo, Dio non si è manifestato soltanto come il Figlio-Agnello che si è immolato, ma anche come il Padre-Carnefice che ha immolato suo Figlio; nell’esistenza vi sono infatti polarità diverse che entrano in rapporto dialettico fra loro, ognuna di delle quali è tuttavia espressione del Divino, se manifestata nei tempi e nei modi adeguati.

Come dice infatti la Bibbia, “c’è un tempo per ogni cosa, un tempo per vivere, un tempo per morire, un tempo per dare la vita, un tempo per toglierla”: il problema è essere in accordo con il tempo e capire cosa significhi questo per noi, nel nostro contesto individuale e collettivo. 

Per esempio San Paolo diceva (cito sempre a braccio): Noi siamo guerrieri di Cristo, la nostra lotta però non è contro le creature di carne, ma contro le Forze, i Principati, le Potestà, gli Arconti di questo mondo. San Bernardo dice invece qualcos’altro, che sembra integrare le parole di Paolo: Noi, monaci guerrieri, nelle stesso momento in cui lottiamo contro gli Arconti, contro le Potestà, operiamo anche con il nostro braccio nella realtà del mondo, affinché questa lotta si verifichi anche sul piano materiale.

Naturalmente il fatto di identificare il nemico con i musulmani (o con gli ebrei, contro i quali la secolare intolleranza cristiana si riversava purtroppo anche in questa occasione) appartiene all’ottica specifica del tempo, al dualismo tipico dell’Età dei Pesci, espresso attraverso le Crociate, ed in questo senso è per noi, uomini dell'Età dell'Acquario, qualcosa di totalmente privo di significato, ma in ogni caso questa era la visione che sotto quella forma si era espressa; si tratta evidentemente di un concetto mistico, esoterico, non di un programma politico, quindi c’è un discorso più profondo dietro.

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Se noi ora volessimo delineare brevemente quale poteva essere, dal punto di vista realizzativo, la pratica spirituale di un Templare, cosa potremmo dire? Non è un discorso facile, ma proviamo ad abbozzarlo almeno in parte.

Come sappiamo i Templari vengono chiamati i Vigilanti, i "Veglianti in armi all’entrata del Tempio": dunque, innanzitutto, viene loro richiesta una costante autocoscienza e vigilanza su se stessi, per combattere, parallelamente con il nemico esteriore, anche il nemico interiore. Quindi il combattimento esteriore è innanzitutto un simbolo del combattimento interiore, affrontato attraverso un addestramento alla forza, al coraggio, al confronto con realtà infere interiori, e condotto anche, di conseguenza, con estrema umiltà: con obbedienza ovviamente, di tipo militare e monastico, ma soprattutto con umiltà.

Ecco quindi che cambia radicalmente il prototipo dell’eroe cristiano rispetto all’eroe pagano, perché mentre quest’ultimo è in un certo senso il superuomo (vedi Sigfrido, ad esempio), l’eroe cristiano è l’umile, l’eroe che non ha alcun vanto per le sue imprese, poiché lui in realtà sta combattendo se stesso (come nel caso di Parsifal). Chiedendoci quale sia la pratica interiore del Templare dobbiamo quindi tenere ben presente che si trattava, per l’appunto, di una pratica spirituale, attraverso la quale egli comprendeva di essere, in realtà, egli stesso il proprio nemico: sembra quasi un processo inconscio di integrazione dell’Ombra, per niente facile e molto rischioso.

Potremmo presumere che attraverso questa azione continuata e costante il Templare pian piano venisse a prendere coscienza della presenza della divinità in tutte le manifestazioni che lo riguardavano, che raggiungesse questo tipo di contatto con il Divino; e questo perché viveva sempre "al fronte", il fronte volendo significare essere sempre alla presenza del Divino, alla presenza del Nemico. Come diceva infatti Meister Eckhart, “Dio, a volte, si traveste da Cavaliere Nero e va nella notte contro i suoi cavalieri, per provarne il valore”.

Quindi per il mistico, per il monaco, per il cavaliere, stare al fronte significava stare sempre di fronte al Maestro, stare sempre di fronte alla Sua e alla propria morte: come il monaco è sempre di fronte alla propria morte nell’abito che riveste e nella preghiera, così il guerriero, il Templare, è sempre di fronte alla propria morte sul campo di battaglia, e quindi questo rappresentava per lui una vera e propria strada, uno Yoga: la “Via della Guerra”.

Inoltre è da sottolineare il fatto che essi abbiano posseduto la Sindone per un lungo periodo di tempo, e pare che usassero proprio contemplarla come forma di preghiera profonda, di identificazione col Maestro, per poi agire successivamente sul piano materiale e militare. Era una vera e propria forma di contemplazione, effettuata per entrare in contatto con l’essenza cristica e poi agire; questa è la differenza dei Templari, come Ordine cavalleresco, rispetto ad altri Ordini monastici contemplativi, questa è la loro specificità. Tutti i monaci si identificano infatti  con Cristo, ma i monaci-guerrieri prima contemplano e poi agiscono: “agire in contatto”, questa è l’essenza dell’ideale cavalleresco, trasfuso nell'Ordine dei Templari.

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Mi sembra importante sottolineare infine che questo processo attiva un tipo di percezione spirituale molto speciale, un tipo di “percezione della Presenza” abbastanza insolito, mediante il quale si raggiunge il contatto con la Divinità tramite la percezione della Sua Presenza. (…) I Celti, ad esempio, pensavano che quando combattevano ci fossero gli spiriti degli antenati che guidavano il loro braccio, per cui essi non combattevano da soli, ma insieme con tutti gli antenati del proprio popolo: si tratta in un certo senso di una riproposizione di quello che accadeva in ambito pre-cristiano all'interno di quel più ampio milieu indoeuropeo che comprende pure, come sappiamo, l'antica tradizione spirituale induista.

(…) Questa idea del collegamento fra l’uomo e Dio durante la battaglia si ritrova anche nella tradizione biblica: anche Giosuè, durante la grande battaglia di Gerico, era in contatto costante con Dio. Quando Giosuè stava con le braccia alzate, Israele vinceva, quando era stanco e le abbassava, Israele perdeva: quindi gli sorressero le braccia, in modo che rimanessero sempre alzate, e Israele vinse la battaglia. Anche se ciò può sembrare una cosa del tutto assurda, se inteso in senso letterale, da un punto di vista esoterico ciò ha invece un valore simbolico preciso, rispetto al nostro discorso: secondo l’esoterismo cristiano i Templari rappresentano infatti il nuovo Israele, e il ritorno dei Templari in Terrasanta durante le Crociate rappresenta dunque il ritorno in patria del nuovo Israele, per portare a compimento l’antico progetto del Regno di Dio sulla terra.

Questi Templari infatti vanno ad abitare proprio nel Tempio costruito da Salomone,  simbolo della saggezza antica anche in termini ermetici e cabalistici, secondo una tradizione che verrà ripresa anche dalla futura Massoneria; quindi si tratta a tutti gli effetti di un discorso di recupero di un’antica tradizione esoterica, ottenuto attraverso la “Via dell’Azione”. Questa è una componente molto importante, perché qui non c’è solo l’azione in se stessa, ma c’è l’azione per un fine che va anche al di là di essa. Alcuni studiosi (secondo me in modo un po' forzato, ma non importa) interpretano ad esempio le Crociate addirittura come un modo per poter scavare fisicamente nel Tempio, alla ricerca di qualche mistero perduto: personalmente non so quanto ci fosse in realtà un discorso di ricerca strettamente fisica e materiale, però c’è stato sicuramente un ritorno e una presa di contatto con quella tradizione cristiana esoterica che era stata dimenticata, smarrita.

Anticamente tutta la vita dell’antica Israele ruotava intorno al Tempio, perché Dio viveva in quel luogo: per questo era importante andare a Gerusalemme, perché quello era il luogo, il centro dove Dio risiedeva. Quindi la distruzione del Tempio (del secondo Tempio, per l'esattezza) è stata fondamentale nella storia del popolo e della religione ebraica: essa è stata di portata incalcolabile, perché da quel momento la Shekinah, cioè la Presenza, la Gloria di Dio, l’ultima Ipostasi del Divino sulla terra, è andata in esilio. Il Tempio è per l’Ebraismo il luogo dove Dio abita: non qualunque Tempio, soltanto il Tempio di Gerusalemme, e poiché esso adesso non c'è più, Dio non abita più sulla terra.

Analogamente, le cattedrali sono la trasposizione del Tempio di Salomone in Europa; così come il Tempio rappresenta esotericamente l’espressione della presenza divina in Terra e quindi tutte le sue misure matematiche corispondono a queste leggi spirituali (Hiram, l’architetto che ha costruito il  Tempio, era un grande iniziato), ugualmente, nella creazione della cattedrale, attraverso il concorso di tutte le maestranze e delle varie corporazioni, che rappresentano simbolicamente ognuna un aspetto dell’Opera, c’è il tentativo di ricostruire il Tempio in Europa, quel Tempio che in Terrasanta era stato fisicamente distrutto.

E tutto questo accadde per opera dei Templari.

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Chiudiamo dunque il nostro incontro, a questo punto, leggendo qualche brano sul Tempio di Gerusalemme, tratta dalla Lode della Nuova Milizia di San Bernardo di Chiaravalle: questo è il capitolo in cui egli parla per l’appunto del Tempio, i cui sottili e profondi simbolismi spirituali vi invito a considerare con molta attenzione.

Capitolo quinto, “Il Tempio”


(…) Il Tempio di Gerusalemme, nel quale i Cavalieri dimorano tutti insieme, è senza alcun dubbio, in quanto a struttura achitettonica, non di certo pari all’antico e famosissimo Tempio di Salomone, ma non gli è inferiore quanto a gloria. Infatti tutto lo splendore dell’Antico Tempio si risolveva nella realtà corruttibile dell’oro e dell’argento, nelle pietre ben squadrate, nelle travi di diverse qualità di legno pregiato. Tutto il decoro invece e la bellezza dell’ornamento del Nuovo Tempio consiste nella pia religiosità di coloro che vi abitano e nel loro ordinatissimo modo di comportarsi. Il Primo Tempio era ammirevole per la ricca gamma dei colori, il Secondo è degno di venerazione per la molteplicità delle virtù e delle opere sante. Peraltro, anche la facciata di questo Tempio è decorata, non di pietre preziose, ma di armi, e le pareti, al posto delle antiche colonne di oro, sono ricoperte di scudi penduli, in luogo dei cadelabri, dei turiboli e dei vasetti liturgici, il vaso sacrale è equipaggiato di redini, di selle e di lance.

Tutte queste cose dunque dimostrano chiaramente che i Cavalieri ardono per la casa di Dio del medesimo zelo del quale ferveva lo stesso antico loro Condottiero, quando brandendo nella sua santissima mano non la spada, ma la frusta ricavata dal funicello, entrò nel Tempio, scacciò i mercanti, sparse a  terra  le monete dei cambiavalute e sradicò i banchi dei venditori di colombe, giudicando sommamente indegno che la Casa della Preghiera avesse un rapporto incestuoso con attività mercantesche.

Pertanto tale esercito santo, spinto dall’esempio del suo Re, ritenendo di gran lunga più vergognoso ed intollerabile che i luoghi santi siano profanati dagli infedeli, piuttosto che infestati dai mercanti, staziona con i cavalli e con le armi nella Santa Dimora, sicchè sia respinta da essa e da altri santi luoghi ogni immonda e tirannica prepotenza degli infedeli.

Essi, i Cavalieri, si dedicano nella Casa di Dio ad uffici non meno onesti che utili. Essi rendono onore al Tempio di Dio, a gara con continui e sinceri atti di ossequio, immolandovi senza interruzione, con animo devoto, non più carni di animali secondo il rito antico, ma pacifiche offerte, quali sono la carità fraterna, l’obbedienza devota, la povertà volontaria.

Queste cosa accadono a Gerusalemme ed il mondo intero ne rimane colpito. Le isole lo ascoltano, i popoli lontani prestano attenzione e rimabalzano da Oriente ad Occidente come torrente che inonda di gloria il popolo e come fiume impetuoso che allieta la Città di Dio. Ma quello che si consta con grande gioia e procura più ricchi vantaggi, è che tra tanta moltitudine di uomini che colà, cioè al Tempio, confluiscono, ben pochi sono coloro che non siano stati  criminali ed empi, rapinatori e sacrileghi, omicidi, spergiuri ed adulteri, sì che dalla loro partenza, come ne scaturisce un duplice vantaggio, così viene raddoppiata anche la gioia: nel senso che, come i  loro conterranei gioiscono del loro allontanamento, così coloro verso i quali si dirigono per prestare soccorso si rallegrano della loro venuta. Essi quindi giovano gli uni agli altri, non solo difendendo, ma anche cessando di angariare quelli. Sia  lieto quindi l’Egitto della loro partenza ed altrettanto si rallegri  Sion ed esultino le figlie di Giuda della loro protezione.

(San Bernardo di Chiaravalle, L’elogio della nuova cavalleria, Il Cerchio, Rimini 1988)

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Riprendiamo dunque, dopo questa interessante lettura, quel che dicevamo poc'anzi riguardo l’asservimento delle forze tamasiche, per avviarci così alla fine del nostro discorso.

C’è infatti, in tutta la tradizione occidentale, una sorta di costante tensione dualistica, non sempre correttamente percepita, tuttavia: le eresie gnostiche e le concezioni apocalittiche, ad esempio, vengono chiamate per l'appunto "dualistiche" perché affermano l’esistenza di una dimensione di scontro fra le forze del Bene e le forze del Male. Dietro a questa concezione, apparentemente banale e scontata, c’è invece in realtà qualcosa di molto profondo e di molto serio; addirittura gli gnostici dicevano che queste due forze sono due aspetti dell’unico Dio, non sono una contro l’altra ma sono la stessa cosa, un'unica forza con due facce diverse (Carl Gustav Jung la chiamava Abraxas).

Però si deve scegliere fra "Dio e Mammona", ed essi non vanno assolutamente confusi fra loro; quando dunque il Cristo si esprimeva con queste parole si riferiva, in un certo senso, a un atteggiamento di lotta, di militanza e per questo aveva molte affiliazioni tra gli Zeloti, cioè i patrioti ebrei che combattevano fisicamente i Romani. Il Cristo infatti parlava spesso in termini di guerra, ad esempio quando diceva: “Io sono venuto a portare la guerra, non la pace, chi non ha una spada venda la tunica e ne compri una”. Lui parlava con un linguaggio comune a tutti i gruppi apocalittici del suo tempo, ma essi ne comprendevano solo la dimensione temporale e politica, mentre Lui intendeva in realtà qualcos’altro: questo deve però farci capire come una dimensione di scontro aperto, di spiritualità intesa come effettivo rapporto di forze, non fosse affatto estranea al pensiero di Gesù né a quello degli uomini del Suo tempo, entrambi molto distanti dall'immagine edulcorata che la vulgata buonista ci ha trasmesso nei secoli.

La cosa interessante, che ora non approfondiamo ma alla quale accenniamo soltanto, è compiere a questo punto un raffronto con la realtà di oggi; se voi infatti riportate quanto detto a oggi, notate che quel Tempio che prima era esteriore ora diventa interiore, perché il corpo umano è in realtà il vero Tempio, il terzo Tempio non fatto da mano d’uomo. Ora, anche al giorno d’oggi nel corpo umano ci sono le contaminazioni degli “infedeli”: vi porto l’esempio della droga, ma si potrebbero fare moltissimi altri esempi.

Tutto ciò che entra attraverso il corpo infatti lo contamina, quindi la guerra in quest’epoca non sarà una guerra per la riconquista di un Tempio esteriore, ma sarà una guerra per la riconquista del Tempio interiore.

Ma chi è che può condurre questa guerra? Proprio coloro che "stanno fuori", out, quelli che potremmo definire gli emarginati, cioè la vasta e complessa sfera dell’emarginazione, e noi stessi in quanto emarginati, ossia le parti di noi che sono state da noi emarginate (è evidente il riferimento all'Inconscio); è ad essi che si riferisce San Bernardo nel suo scritto, ed è ad essi che si riferisce anche il passo biblico sull’esercito di Davide, dove si dice che il Re legittimo, l’Unto, radunò accanto a sè tutti gli "scontenti di Israele", quelli che avevano debiti e che stavano in ristrettezze, per poi partire all’attacco di Saul e muovergli guerra vittoriosamente.

Di conseguenza la Guerra Santa dei nostri giorni non è condotta contro dei nemici di carne -  o perlomeno non soltanto contro di essi - ma contro tutte quelle forze a carattere demoniaco che ci condizionano, ci manipolano e ci invadono, prendendo possesso dei nostri Luoghi Santi, a livello interiore prima ancora che esteriore: qui ci sarebbe da fare cenno a tutto il complesso e interessante discorso formulato da Rudolf Steiner sull'azione di Lucifero, di Ahrimane e di Michele nella nostra epoca, ma ciò ci porterebbe lontano e dunque ci fermiamo qui.

Che San Michele e San Giorgio ci guidino e ci proteggano sempre, sia nella battaglia esteriore che, soprattutto, in quella interiore, la più difficlie e pericolosa di tutte.


Si incontrano oggi molte persone che dicono: perché tanta infelicità?
Siamo appunto nel periodo evolutivo dell'umanità in cui gli déi giungono subito in soccorso,
se gli uomini si fanno loro incontro, in cui gli dèi sono disposti a lavorare secondo le loro leggi.
Ma insieme a uomini liberi, e non a burattini.
(Rudolf Steiner, La missione di Michele)

Roma, 23 Novembre 2015