Questa rubrica contiene articoli e interventi miei o altrui a carattere sociale, politico e di attualità, volti a evidenziare e smascherare le mille forme di condizionamento e di manipolazione cui siamo quotidianamente sottoposti, costituendo in tal modo una sorta di pars destruens rispetto alle concezioni e alle idee espresse nella precedente sezione, di cui rappresenta il complemento e l'antitesi, come una sorta di Ombra.

Il navigatore attento non mancherà di trovarvi pensieri e posizioni anche piuttosto antitetici o contraddittori fra loro, secondo un principio di trasversalità intellettuale che ha caratterizzato negli anni la mia ricerca e i miei studi, nonché i molteplici incontri e contatti con personaggi diversi, provenienti da parrocchie e ideologie contrapposte ma tutti animati da un'aspirazione reale e sincera comune.

Questo spiega quindi, in qualche modo, la fondamentale eterodossia di questa rubrica, nonché la sua stessa ragion d'essere: scardinare le coscienze - prima di tutto la mia - per giungere così, forse un giorno, a quella "terra di nessuno" priva di ogni certezza dove ciascuno può ritrovarsi solo di fronte a se stesso e alla verità delle cose.

Può sembrare poca cosa, di fronte alla complessità del reale: ma poiché prima o poi abbandoneremo tutti questo pianeta, meglio prepararci fin d'ora a separarci anzitutto dai nostri schemi mentali.

Ieri, mentre fremevo disperato in mezzo alla strada, inchiodato al suolo, una goccia di pietà cadde dall'alto sul mio viso; non un alito di vento nell'aria, non una nube in cielo… c'era soltanto una presenza. (André Schwartz-Bart, L'ultimo dei giusti, Parigi 1959)

Roma, 13 Settembre 2013

La rottamazione capitalistica della scuola

Categoria: Dissonanze Martedì, 21 Aprile 2015 Scritto da Diego Fusaro Stampa Email

 VUGUS VULT DECIPI, ERGO DECIPIATUR (DETTO LATINO)
di Diego Fusaro, in L'Intellettuale Dissidente, 27 marzo 2015

Occorre reagire a questa barbarie, naturalmente. E occorre reagire a partire dalla cultura: la rivoluzione è anzitutto culturale. Per reagire occorre che i docenti, precari e non, si oppongano: insegnando il valore dei classici e della storia, dell’arte e della filosofia, e dunque del pensiero critico che, solo, può contestare fermamente il cretinismo economico e il rimbecillimento programmato ovunque dominanti. (Diego Fusaro)


Non deve stupire il DDL di riforma della scuola del governo Renzi. E non deve stupire in quanto non contraddice le attese. La riforma della scuola del rottamatore postmoderno fiorentino è, infatti, del tutto coerente con l’obiettivo del neoliberismo e con la già in atto distruzione capitalistica della scuola: rimozione della cultura, aziendalizzazione degli istituti scolastici, rimbecillimento programmato dei discenti demenzialmente trasformati in “consumatori di formazione”, debiti e crediti come nel perverso mondo della finanza, annullamento del processo formativo, offerte formative in linea con la sacra legge della competizione di mercato. E la lista potrebbe allungarsi a piacimento, di imbecillità in imbecillità.

Se fossimo nell’“Amleto” shakespeariano, si direbbe che vi è del metodo in questa follia. E questa follia si inscrive in un processo di “riforma” – la magica parola con cui si rimuovono diritti e si distrugge tutto ciò che non è allineato con il folle progetto neoliberista – della scuola che è in atto da diversi anni. È un progetto nemmeno troppo velato di distruzione pianificata del liceo e dell’università: e ciò tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, smantellando le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923 (criticabile finché si vuole, ma ad oggi insuperata perché centrata sull’idea di sviluppo dell’essere umano), hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, informatica e inglese in luogo del latino e del greco, e mille altre amenità coerenti con la ristrutturazione capitalistica della scuola).

“Per il capitale ogni limite è un ostacolo”: così Marx, nei Grundrisse. E la scuola è, per il capitale, un limite che deve essere superato: in essa si formano, storicamente, esseri umani e non consumatori; per di più, esseri umani con coscienza critica, spessore culturale e capacità di giudizio, esattamente ciò che il fanatismo dell’economia finanziaria non può tollerare e deve, per ciò stesso, distruggere. Distruggere la scuola significa decapitare intere generazioni di teste pensanti. La stessa domanda, sempre più in voga, “che possibilità di lavoro mi dà lo studio della filosofia o dell’arte?” rivela un inedito riassorbimento della formazione nell’ambito dell’aziendalizzazione e dell’assiomatica del do ut des: in una rimozione integrale di ciò che un tempo era notissimo, ossia che la scuola deve formare e non produrre acefali calcolatori e produttori di profitto. Immaginate se nell’Accademia di Platone o nel Peripato di Aristotele si fosse domandato ai due filosofi “che lavoro troverò dopo?”!

Il precariato non bastava. Il precariato è il sogno realizzato del neoliberismo e del capitale vincente: ridurre la società ad aggregato atomico di monadi isolate e senza stabilità lavorativa ed esistenziale, chine al cospetto degli ordini del potere, impossibilitate a reagire, del tutto dipendenti dal volere dell’economia e dei suoi sacri dogmi. Con il nuovo DDL alla patologia funesta del precariato si aggiunge il potenziamento del ruolo del preside: questi potrà decidere autonomamente come assumere e/o trasferire i vari docenti secondo dei criteri che vengono detti “trasparenti” – la neolingua orwelliana non cessa mai di stupirci – ma che, non essendo definiti, probabilmente saranno quelli del rispetto della didattica, ma poi soprattutto del rispetto del programma ministeriale e dell’insegnamento allineato col pensiero unico (con automatico trasferimento di chi non si adatta cadavericamente). Chi non si adatta, chi canta fuori dal coro, chi non accetta le verità imposte, si prepari ad essere trasferito in Siberia o, fuor di metafora, nella provincia dell’impero.

Pare che il preside potrà, secondo questi criteri, assumere a chiamata dei precari o chiedere di trasferire degli insegnanti di ruolo su posti che si rendano vacanti. Insomma, i precari e i non precari dovranno essere rispettosi e bene in linea, non dovranno permettersi di ritagliarsi sfere di autonomia di pensiero e magari anche di contestazione della follia in atto. Il ricatto del trasferimento è sempre in agguato! Insomma, i docenti – precari e non – dovranno collaborare attivamente, senza opporsi, a rinsaldare quello che di fatto è il ruolo sempre più evidente delle scuole ridotte ad aziende con offerte formative, debiti e crediti: porsi come luoghi di addestramento delle giovani menti al pensiero unico inoffensivo e politicamente corretto. Orwell e Huxley erano, al confronto, dilettanti!

Non è, invece, chiaro se il preside potrà anche spostare degli insegnanti che abbiano la loro sede titolare, ma è certo che i neoassunti potranno esserlo con contratti triennali a chiamata, e poi venire licenziati a seconda di come si comporteranno. Siamo al cospetto, dunque, di una dittatura da parte di mandarini di regime.

Occorre reagire a questa barbarie, naturalmente. E occorre reagire a partire dalla cultura: la rivoluzione è anzitutto culturale. Per reagire occorre che i docenti, precari e non, si oppongano: insegnando il valore dei classici e della storia, dell’arte e della filosofia, e dunque del pensiero critico che, solo, può contestare fermamente il cretinismo economico e il rimbecillimento programmato ovunque dominanti.

di Diego Fusaro,
in L'Intellettuale Dissidente, 27 marzo 2015